«Il violoncello è un bello strumento, ma il suo posto è nell’orchestra e nella musica da camera. Come strumento solista non è così bello»[1]
Con questa premessa il Concerto per violoncello e orchestra in Si minore di Antonin Dvořák sembra quasi uno scherzo del destino.
Oggi è ritenuto una delle sue opere più alte, perfetta testimonianza della maturità artistica del compositore, nonché il suo brano più eseguito a livello internazionale. Eppure, nelle parole ricordate dalla sua allieva Ludmila Vojáčková-Wechte, Dvořák si mostrò reticente rispetto all’uso del violoncello come strumento solista: «il suo registro centrale è buono – è vero – ma la voce superiore strilla e quella inferiore brontola. Il miglior strumento solista, dopotutto, è – e rimarrà – il violino».[2] Vojáčková-Wechte non fu l’unica a riportare questa reticenza. Un altro suo allievo scrisse di averlo sentito lamentarsi del “brontolio” che emanava lo strumento nei registri più estremi. I dubbi del compositore emergono chiaramente in una sua lettera del 10 dicembre 1892, indirizzata all’amico Alois Göbl: sorpreso di aver terminato il primo movimento del Concerto, si disse incredulo della propria determinazione nell’essersi dedicato a «un’opera del genere».[3]
Fu forse l’America a fargli cambiare idea. Sbarcato a New York il 26 settembre del 1892, vi rimase tre anni in qualità di direttore del Conservatorio Nazionale di Musica su invito di Jeanette Thurber. Problematiche timbriche a parte, fu probabilmente anche la mancanza di un ampio repertorio contemporaneo per violoncello e orchestra una delle cause della perplessità di Dvořák. Accorse in suo aiuto la première del Secondo concerto per violoncello di Victor Herbert – violoncellista e compositore di origini irlandesi, a New York in qualità di professore di violoncello presso lo stesso conservatorio. All’ascolto di questo Concerto, Dvořák riconobbe un’intuizione brillante: la perfetta integrazione dei tromboni nel tessuto orchestrale senza che questi sopraffacessero il violoncello solista.
L’utilizzo che ne fece Herbert rappresentò per Dvořák una vera illuminazione. Herbert dimostrò le possibilità di un’orchestrazione più elaborata ma comunque equilibrata: se fino ad allora il compositore boemo si era attenuto a un’orchestra piuttosto classica, limitando l’uso degli ottoni nei Concerti per pianoforte e violino, nel Concerto in Si minore riuscì a integrare anche i tromboni, aggiungere un ottavino e persino una tuba. Il Concerto di Herbert fu per Dvořák riferimento e precursore fondamentale.
Il Concerto per violoncello in si minore fu composto tra il 1894 e l’inizio del 1895, durante l’ultimo anno di permanenza americana di Dvořák. È spesso stato considerato un ritorno alle influenze mitteleuropee – a lungo identificato come perfetto rappresentante dello stile delle Scuole Nazionali – ma in realtà vi si possono leggere tracce di un’evoluzione stilistica che gli anni americani avevano stimolato. Durante i tre anni nel Nuovo Mondo, Dvořák sviluppò un linguaggio caratterizzato da maggiore semplicità melodica, impiego di cellule ritmiche ricorrenti, uso più marcato della scala pentatonica e un tono pastorale diffuso. Anche il Concerto per violoncello condivide molte di queste caratteristiche: motivi pentatonici emergono sia nel primo che nel secondo movimento, alcune linee melodiche mostrano persino una parentela diretta con la Sinfonia n.9.
Le opere “americane” sono dichiaratamente tali specialmente nel titolo: la sopracitata Sinfonia n.9, meglio conosciuta come la Sinfonia dal Nuovo Mondo, o il Quartetto Americano – per esempio. Opere che Dvořák compose anche – o soprattutto – in funzione didattica per mostrare ai suoi studenti come si potesse costruire una musica nazionale partendo dalle radici popolari locali – d’altro canto, chi meglio di lui?
Al contrario, il Concerto per violoncello non ha intenti pedagogici, ed è proprio grazie a questa libertà che assorbe in modo più sottile le influenze americane, amalgamandole con la sensibilità europea del compositore.
Già nel primo movimento, Allegro, si osserva come Dvořák giochi sapientemente con i timbri dell’orchestra. Il movimento si apre con un’esposizione orchestrale: il primo tema è affidato ai clarinetti, il secondo ai corni. Il violoncello entra solo a questo punto, riproponendo il primo tema e dando vita a un dialogo equilibrato con l’orchestra, in cui i momenti più suggestivi si esplicitano non solo nelle lunghe – bellissime – linee melodiche, ma anche nelle veloci note d’accompagnamento.
Il secondo movimento, Adagio ma non troppo, mette in luce uno degli aspetti più romantici del carattere del compositore – Dvořák, si sa, fu un burbero d’eccezione. Dopo le prime battute affidate a oboi, clarinetti e fagotti, il violoncello entra con una melodia che rimanda alla canzone Puisse mon âme dai Lieder op. 82, la favorita della sua amante di gioventù: Josefina Čermáková. Mentre lui si trovava in America, la salute di Josefina peggiorò rapidamente e morì appena un mese dopo il suo ritorno in patria. Il compositore – che non aveva ancora completato il Concerto – decise di dedicarle un ultimo omaggio: nel Finale dell’ultimo movimento vi è un nuovo riferimento a Puisse mon âme. È un passaggio intenso, profondo, di una bellezza straziante. Sia chiaro: sono interpretazioni, mai sapremo quali fossero le sue reali intenzioni. E, forse, è giusto così.
In un'epoca in cui la forma del concerto sembrava più orientata a esaltare la potenza solistica e il virtuosismo, Dvořák scelse la strada dell’equilibrio, del dialogo, della profondità emotiva. Un’opera che nacque da mille dubbi, ma che è diventata – a dispetto di ciò che il suo autore non credeva possibile – uno dei più bei concerti per violoncello.
[1] Jan Smaczny, Dvořák: Cello Concerto, Cambridge University Press: Cambridge, 1999, p. 1.
[2] Ibidem.
[3] Smaczny 1999, p. 2.
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Programma di sala pubblicato in occasione del concerto "Sibelius, Dvořák", eseguito il 30 maggio e il 1° giugno 2025 dall'Orchestra Sinfonica di Milano.
Jean Sibelius, Sinfonia n. 1 in Mi minore op. 39
Antonìn Dvořák, Concerto per violoncello e orchestra in Si minore op. 104 B 191