Glinka, Čajkovskij, Rachmaninoff

Fu il Romanticismo a portare quell’impulso che, verso la metà dell’Ottocento, spinse anche la musica a guardare e prendere nuovo colore attingendo alle radici del canto e delle danze popolari, secondo le diverse inclinazioni nazionali. Il nuovo concetto di libertà politica, di cui il Romanticismo si fece promotore nella cultura, fece sì che le nazioni trovassero nelle arti e nella letteratura la definizione di sé stesse.

Tra i paesi che più intensamente alimentarono un risveglio nazionale, la Russia ebbe un ruolo di primo piano. Basti pensare ai nomi di Gogol’, Turgenev, Dostoevskij e Tolstoj: quattro straordinari scrittori nati nel ventennio tra il 1809 e il 1832. Se questa rigogliosa letteratura ebbe in Aleksandr Puškin il suo precursore – decisivo, come vedremo, anche per la musica – la tradizione musicale russa trovò in Michail Ivanovič Glinka il suo capostipite.

Compositore la cui opera esercitò un’influenza straordinaria su tutta la scuola russa, Glinka aprì con i suoi lavori le due vie maestre del teatro musicale nazionale: da una parte, il realismo tradizionale di Musorgskij; dall’altra, il colorito orientale e fiabesco di Rimskij-Korsakov. La sua peculiare formazione internazionale lo rese, come osservò Sabaneev, «un riflesso della grande arte musicale del XIX secolo nella società russa». Tra il 1830 e il 1833 fu in Italia, dove assistette alle “prime” di Anna Bolena e La sonnambula, conobbe Donizetti e Rossini e visse con entusiasmo una delle stagioni più fiorenti del belcantismo. Subito dopo viaggiò a Berlino, dove iniziò a intraprendere lezioni di composizione sotto la guida di Siegfried Dehn, quindi tornò in patria nel 1835, portando con sé non solo un’esperienza diretta del teatro italiano, ma anche una piena padronanza del linguaggio romantico europeo. La sua formazione, sebbene inizialmente piuttosto irregolare, gli consentì di essere il punto di svolta del panorama musicale russo. Perché se nella Russia del primo Ottocento l’opera italiana dominasse i teatri, quella francese ne contendesse il primato e l’insegnamento musicale tedesco si affermava nei conservatori, Glinka rappresentò – secondo lo stesso Čajkovskij – «the corner-stone of Russian music».  

Una vita per lo Zar (1836) fu la prima opera interamente in lingua russa, rappresentata al cospetto della corte di San Pietroburgo; con Ruslan e Ljudmila (1842) Glinka dismise il tema politico in favore di un vasto affresco fiabesco, animato da colore locale, sperimentalismo armonico ed esotismo timbrico. L’ouverture di Ruslan e Ljudmila, composta tra il 1837 e il 1842 e presentata il 27 novembre 1842 al Teatro Bol’šoj Kamennyj di San Pietroburgo, ebbe presto vita autonoma come pagina sinfonica. Tratta dalla prima fiaba poetica di Puškin, Glinka si aspettava un libretto d’opera scritto dal poeta stesso, ma questo morì in duello nel 1837 e Glinka dovette prolungare il lavoro di cinque anni. La prima accoglienza fu piuttosto tiepida, soprattutto in confronto al successo registrato da Una vita per lo Zar, ma l’ouverture rivelava un’energia orchestrale e una ricchezza musicale che non passò inosservata negli anni a venire. 

Ultima parte ad essere composta, l’ouverture fu scritta «direttamente per orchestra», come dichiarò lo stesso Glinka. Ne trasse il materiale tematico dal corpo dell’opera, dove il contrasto tra il cavaliere Ruslan e il mago Chernomor trova qui una sintesi sinfonica perfetta. L’impeto ritmico, la vivacità dei temi, la brillantezza dell’orchestrazione e il ruolo preminente degli ottoni – quattro corni, due trombe, tre tromboni – costruiscono un suono festoso e luminoso, in cui la chiarezza della forma e l’equilibrio delle proporzioni danno un senso di perfetta compattezza. 

Tra i successori che raccolsero il testimone e che videro in Glinka uno dei punti di riferimento ci fu Pëtr Il'ič Čajkovskij. Čajkovskij mai nascose la sua riverenza per Una vita per lo zar, ammirabile per la sua coesione formale e forza drammatica, e mai mancò di riconoscere la ricchezza musicale di Ruslan e Lyudmila e, più in generale, l’importanza di Glinka per tutta la musica russa. 

Dopo Mozart, Glinka fu per Čajkovskij un punto riferimento. Riconobbe in lui non solo il creatore dell’opera nazionale, ma anche il primo a dare forma compiuta al linguaggio sinfonico russo. Se però da un lato ne celebrò il genio rivoluzionario, dall’altro non mancò, con onestà e profondità, di riflettere sulle fragilità del compositore. In un articolo pubblicato sul giornale moscovita Russian Register il 17 settembre 1872, entrando nel dibattito che vedeva Aleksandr Serov da un lato e Vladimir Stasov dall’altro per definire quale delle due opere di Glinka fosse la più grande, Čajkovskij scrisse: «se vogliamo cercare il posto di Glinka nel pantheon musicale, è solo in virtù della forza del suo potente genio creativo che egli può essere accostato ai più grandi rappresentanti della sua arte. Il punto, però, è che il destino non gli ha dato l'ambiente e le condizioni necessarie per il pieno fiorire delle sue grandi doti. È rimasto un leone travestito da dilettante». O ancora, in una lettera alla sua mecenate, Nadezhda von Meck, del luglio 1878, dopo aver ragionato sul concetto di ispirazione: «cosa sarebbe successo se quest'uomo […] avesse lavorato come un artista, consapevole della sua forza e del dovere di perfezionare il più possibile il suo talento, piuttosto che come un dilettante che compone musica per mancanza di qualcosa di meglio da fare!». 

In questa opposizione, Glinka rimase per Čajkovskij un modello tanto per la sua genialità quanto per la sua irregolarità e incompiutezza. Čajkovskij rifletté a lungo sul concetto di ispirazione, sulla ricerca dell’atto creativo, tanto che nella stessa lettere in cui viene citato Glinka, dà molte altre spiegazioni: «a volte l’ispirazione sfugge e si rifiuta di essere catturata. Tuttavia, ritengo che sia dovere dell’artista non arrendersi mai, poiché […] non c’è niente di peggio per un artista che soccombere alla pigrizia»; e ancora: «forse il carattere nazionale russo è pigro par excellence. Al russo piace rimandare le cose. È dotato di talento per natura, ma è anche per natura che soffre di mancanza di volontà e resistenza. È necessario, anzi essenziale, superare sé stessi per non cadere nel dilettantismo». 

Se la lettera rivela i meccanismi mentali e la maturazione artistica di Čajkovskij, il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 35 offre la testimonianza concreta di questa dialettica tra disciplina e improvvisa felicità creativa. Composto a Clarens, in Svizzera, tra l’11 marzo e l’11 aprile 1878, il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore fu scritto in un periodo di isolamento creativo. Il 17 marzo, sulle sponde del lago di Ginevra, il compositore scrisse nuovamente a Nadezhda von Meck: «questa mattina sono stato sopraffatto da quell’insondabile, ardente ispirazione di cui ti ho parlato... Sto scrivendo una sonata per pianoforte e un concerto per violino». Il lavoro sul Concerto nacque all’improvviso, con rapidità quasi febbrile, tanto che Čajkovskij mise da parte la Sonata in corso d’opera per dedicarsi esclusivamente al nuovo progetto.

Il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore è una delle pagine più ardite del suo autore, oggi banco di prova di ogni violinista. Il Concerto non fu accolto con consensi immediati, anzi, piuttosto con decisa freddezza: alla prima viennese del 1881, il critico Eduard Hanslick dichiarò di aver sentito nel Finale «il puzzo di acquavite scadente di un'orgia russa». Eppure, al di là delle varie problematiche per la prima esecuzione nella sua terra natìa, in Russia riscosse subito gran successo. 

Sebbene spesso identificato con l’etichetta di “filoccidentale”, Čajkovskij non fu mai estraneo al melos popolare e religioso della sua terra: numerosi spunti folklorici attraversano i suoi lavori, e anche nel Concerto si riconoscono echi di canti e ritmi russi. In tal senso, il suo percorso può essere accostato a quello di Sergej Rachmaninov, il cui stile approderà a una sintesi tra linguaggio sinfonico occidentale ed elementi del folklore e della musica sacra ortodossa, portando a compimento quella linea che da Glinka giunge fino al pieno Novecento. Un caso che Čajkovskij vide nel sedicenne Sergej «un grande futuro»? 

La Sinfonia n. 2 in Mi minore op. 27, composta tra l’ottobre 1906 e l’aprile 1907, rappresenta la sintesi ideale tra la tradizione russa e il linguaggio sinfonico europeo di inizio Novecento. Scritta durante il soggiorno a Dresda, dove Rachmaninov si era ritirato per ritrovare serenità dopo la crisi creativa seguita al fallimento della Prima Sinfonia, fu presentata per la prima volta l’8 febbraio 1908 a San Pietroburgo sotto la direzione dell’autore, segnando il suo pieno riscatto artistico e valendogli il “Premio Glinka” dell’anno successivo.

Appartenente al cosiddetto “periodo russo” del compositore, la Seconda Sinfonia è intrisa dell’eredità di Čajkovskij – tanto da trovare una citazione de la Patetica nella lunga Coda del primo movimento. Rachmaninov vi riversò tutto il suo talento melodico e la sua ineguagliabile abilità di orchestratore, costruendo una partitura di grande coerenza formale e intensità emotiva. Per ampiezza e complessità, fu accostata alle grandi pagine di Mahler ed Elgar, ma la sua radice resta profondamente russa: vi convivono la severità contrappuntistica appresa da Taneyev, la cantabilità lirica di Čajkovskij e il colore orchestrale di Rimskij-Korsakov.

La Seconda Sinfonia riflette le due anime della tradizione russa: quella popolare e quella colta. Ed è in questa sintesi che possiamo riconoscere l’eredità di Čajkovskij e il compimento di quella linea ideale inaugurata da Glinka quasi un secolo prima.

Bibliografia

Čajkovskij, Petr Il'ič, A Conversation with P. I. Tchaikovsky, 12 novembre 1892, disponibile all'url: https://en.tchaikovsky-research.net/pages/A_Conversation_with_P._I._Tchaikovsky

Čajkovskij, Petr Il'ič, The Revival of "Ruslan and Lyudmila", in «Russian Register», 17 settembre 1872 (versione inglese, firmata con le sole iniziali "B.L.", disponibile all'url: https://en.tchaikovsky-research.net/pages/The_Revival_of_%22Ruslan_and_Lyudmila%22)

Čajkovskij, Petr Il'ič, Letter 778, a Nadezhda von Meck, 17 marzo 1878, disponibile all'url: https://en.tchaikovsky-research.net/pages/Letter_778

Čajkovskij, Petr Il'ič, Letter 862, a Nadezhda von Meck, 6 luglio 1878, disponibile all'url: https://en.tchaikovsky-research.net/pages/Letter_862

Harrison, M., Rachmaninoff: Life, Works, Recordings, 2005.

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Programma di sala pubblicato in occasione del concerto Glinka / Čajkovskij / Rachmaninoff, eseguito dall'Orchestra Sinfonica di Milano il 28 e 30 novembre 2025.

Al violino Andrea Obiso.

Alla direzione d'orchestra Emmanuel Tjeknavorian.