Il Bel Paese da sempre affascina poeti e compositori. Ma “affascinare” è un termine riduttivo: in Italia, artisti di qualsiasi epoca e nazione hanno trovato “pagine e pagine” delle loro opere; non solo atmosfere, ma anche elementi – diegetici ed extradiegetici – che sono stati linfa creativa delle loro composizioni. Il Viaggio in Italia è da considerarsi nel senso più profondo del termine: è un viaggio che è scoperta, che è conoscere qualcosa al di fuori di sé e al tempo stesso indagare il proprio io.
È durante il suo Viaggio in Italia che Massenet scopre cosa significa essere artista; è durante il suo Viaggio in Italia che Čajkovskij non riesce a stare attaccato alla scrivania perché fuori c’è un mondo “troppo eccitante e pieno di varietà” da scoprire; ed è per l’Italia – in Italia – che Rossellini e Alfano orientano la loro ricerca artistica verso la tradizione popolare in difesa della musica italiana, perché non è solo opera quel che luccica e perché, l’Italia, ha – ancora – tanto da far viaggiare.
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Jules Massenet - Suite n. 5, Scènes napolitaines
Fu in Italia che Jules Massenet iniziò a vivere. A soli ventun anni vinse il Prix de Rome, uno dei riconoscimenti più ambiti in campo artistico, per alcuni vera e propria fonte di ossessione. Il Prix de Rome era una borsa di studio istituita dallo Stato francese rivolta a quei giovani promettenti che avessero dato prova della loro abilità artistica nel campo dell’architettura, della pittura, della scultura, dell’incisione e – ovviamente – della musica. Il premio? Dai due ai quattro anni di studio, incontri e passeggiate tra le vie della Città Eterna, con lo scopo di perfezionare la propria formazione a contatto con i modelli dell’antichità e dell’Italia del Rinascimento.
I vincitori delle cinque categorie partivano in gruppo verso un’unica meta: Villa Medici, dal 1803 nuova sede dell’Académie de France à Rome, il luogo ideale per rappresentare l’arte francese all’estero. Com’era consuetudine, i sei vincitori del 1863 si misero in viaggio e con seicento franchi in tasca ciascuno e un passaporto firmato Napoleone III, partirono alla volta di Roma.
Fu in questa occasione che Massenet conobbe l’Italia, fu durante le passeggiate tra le querce di Villa Borghese o i pini di Villa Pamphili che iniziò a sentire i primi brividi per la natura e per l’arte; fu tra le strade e i musei di Napoli e Firenze, nelle chiese scure di Siena e Assisi che Jules Massenet divenne artista nel senso più profondo del termine.[1] Perché “produrre un’opera d’arte non fa di te un’artista”, un’artista “deve essere toccato da tutte le manifestazioni della bellezza, deve essere permeato da esse e sapere come goderne”.[2]
Durante i due anni in Italia Massenet e compagni girarono l’Italia in lungo e in largo, passarono da Genova, Venezia, Pisa, Firenze, Napoli. Intorno a loro si stagliavano villaggi pittoreschi e da questi paesaggi Massenet prendeva “pagine e pagine” delle opere che avrebbe scritto in seguito. In questi luoghi iniziò a scrivere la Suite per orchestra n. 5, Scènes Napolitaines, una fotografia sonora dei suoi viaggi nel sud Italia: “I visited Naples and Capri, then Sorrento, all picturesque places captivatingly beautiful, perfumed with the scent of orange trees […] I lived in the most unutterable raptures”.
La Suite n. 5, Scènes napolitains fu eseguita per la prima volta al Concert Besselièvre di Parigi, il 24 luglio 1879. Si compone di tre movimenti: La danse, il movimento più applaudito e apprezzato dalla critica di allora, che si sviluppa una vivace tarantella; La procession et l'improvvisateur, un movimento più lento introdotto dai rintocchi delle campane; La fête, il movimento conclusivo che riporta all’allegria di un festival musicale.
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Alessandro Melchiorre - Microliti
Avvicinarsi alla poesia di Paul Celan è impresa ardua: è una poesia che appare quasi filtrata, difficile da afferrare in tutte le sue chiavi interpretative e in cui viaggiare si presenta come una delle opzioni possibili per andare oltre le sbarre della realtà. Sono pochi i compositori che hanno provato a immergersi nelle sue opere e, in Italia, si possono contare sulle dita di una mano: Luciano Berio, nel 2003 con Stanze, e Alessandro Melchiorre, oggi in prima assoluta, con Microliti.
Nel 1956 Paul Celan scrisse a sé stesso:
“Microliti sono, pietruzze appena percepibili, lapilli minuscoli nel tufo denso della tua esistenza – e ora tenti, povero di parole e forse già irrevocabilmente condannato al silenzio, di raccoglierli in cristalli? Rifornimenti sembri attendere – donde dovrebbero venire, dì’?”
Microliti è una raccolta di aforismi, brevi prose e frammenti scritti da Paul Celan dal 1947 al 1970, anno della morte. Dario Borso, il curatore dell’edizione italiana Mondadori, ha selezionato questi “microliti”, li ha raccolti, tradotti e ordinati: ha ricomposto “per quanto irregolare e accidentato, il mosaico di un’intera vita”.[3] I Microliti di Celan sono al tempo stesso diario ed elaborazione poetica e la libera interpretazione di Melchiorre ne è un riflesso musicale.
Microliti di Alessandro Melchiorre è una composizione per due voci e orchestra liberamente ispirata a Paul Celan. Il brano si articola in sette parti, ciascuna delle quali rappresenta un’opera in miniatura, che si succedono senza soluzione di continuità. Melchiorre ha isolato alcuni episodi, testi e versi, che raccontano biograficamente e per il loro contenuto momenti e temi fondamentali della vita e dell’opera di Paul Celan: microliti di altrettanti microliti. E se l’edizione letteraria italiana, nel tentativo di ricostruirli e ordinarli, offusca un approccio - per così dire – “microlitico”, l’interpretazione sonora di Melchiorre – che scompone, seleziona e isola - ha un atteggiamento molto più microlitico: “si tratta di frammenti, spesso tragici, talora lirici, in qualche occasione intimi, a volte drammatici, sempre intensi. Ciascuno di essi potrebbe ambire a diventare una scena d’opera”.
Il fil rouge che lega i frammenti ha come nucleo tematico l’essere e il cercare di raccontarlo, il cercarsi e il non trovarsi: il trascorrere del tempo e la sua inevitabilità, il senso di smarrimento e alienazione e la ricerca di un’identità, di un luogo da poter chiamare casa; Auschwitz, la guerra, la violenza, il dolore; l’elaborazione poetica: come può la poesia riuscire a dire l’orrore, il dolore, la vita? Come può l’uomo, nella sua esperienza artistica, trasformare i “microliti” in “cristalli”?
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Petr Il'ič Čajkovskij - Capriccio italiano op. 45
Gli anni che seguirono il 1875 non furono dei più semplici per Petr Il'ič Čajkovskij: un matrimonio alle spalle e un divorzio non concretizzato lo costrinsero a versare una somma dai cinquanta ai cento rubli mensili ad Antonina Ivanovna Miljakova, la moglie dal carattere difficile, probabilmente instabile, che non voleva accettare un matrimonio ormai finito – o forse mai iniziato.
Caso volle che nel 1876 entrasse un’altra donna nella vita di Čajkovskij: Nadežda Filaretovna von Meck, vedova del magnate delle ferrovie russe Karl von Meck. Anche lei musicista, aveva sentito e ammirato diverse volte la musica di Čajkovskij e, quando venne a conoscenza delle difficoltà finanziarie in cui versava il compositore russo, decise di commissionargli alcune composizioni. I due fecero un patto: non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Il risultato? Uno scambio epistolare di oltre milleduecento lettere che si protrasse per quasi quattordici anni.[4]
L’incontro con Nadežda Filaretovna von Meck cambiò radicalmente la vita artistica di Čajkovskij: i seimila rubli al mese che gli garantiva la sua mecenate gli permisero di lasciare la cattedra in Conservatorio, dedicarsi a tempo pieno alla composizione e, soprattutto, viaggiare. Attraversò la Svizzera, andò in Francia, fece tappa in Austria e nel mese di dicembre del 1879 Čajkovskij raggiunse Roma:
“Roma e la vita romana sono troppo caratteristiche, troppo eccitanti e piene di varietà per permettermi di rimanere incollato alla mia scrivania. Tuttavia, spero che il potere di lavorare tornerà gradualmente. Ieri ho sentito una canzone popolare affascinante, che sicuramente userò in futuro”.[5]
È a Roma che Čajkovskij iniziò a comporre il Capriccio italiano, op. 45: “sto lavorando allo schizzo di una Fantasia italiana basata su canzoni popolari. Grazie ai temi affascinanti, alcuni dei quali li ho preso da raccolte e altri li ho sentiti per strada, questo lavoro sarà efficace”.[6]
In meno di una settimana abbozzò l’intera composizione puntando non tanto sull’elaborazione tematica, quanto più alla ricerca dell’effetto, alla massima brillantezza della scrittura orchestrale. La prima esecuzione avvenne a Mosca il 18 dicembre 1880, sotto la direzione di Nikolaj Rubinstein.
Il brano inizia con il suono delle due trombe evocando un segnale militare che Cajkovskij aveva udito da una caserma vicina alla sua residenza romana. Dopo le fanfare degli ottoni, gli archi introducono una melodia mesta, simile a una marcia funebre, accompagnata dagli accordi dei fiati. Lo stesso tema è poi ripreso dai legni in modo imitativo, accelerando su un sottofondo di tremoli degli archi.
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Renzo Rossellini - Dalla baia di Napoli
Se Massenet e Čajkovskij sono i due compositori che dipingono il “colore italiano” dall’esterno, Rossellini e Alfano sono i due compositori che se ne nutrono e da questo partono per la loro ricerca artistica.
Il nome di Renzo Rossellini è spesso associato al mondo del cinema e al nome del fratello Roberto. Fu lui a firmare le colonne sonore di Roma città aperta, Paisà, ma collaborò anche con altri grandi registi quali Mario Soldati e Vittorio de Sica – per citarne solo alcuni. Tuttavia, la fama che gli diede il cinema offuscò il suo impegno nella musica a tutto tondo: scrisse opere teatrali, balletti, oratori, composizioni per orchestra, per coro e orchestra, musica da camera, musica di scena.[7] Fu un compositore che amava sperimentare e toccare tutti i generi e, sebbene non avesse mai voluto essere etichettato, era perfettamente inserito nell’atmosfera, nello stile e nei conflitti del suo tempo.
Incontrò gli esponenti della Generazione dell’Ottanta, e ne sposò la scuola di pensiero: un dialogo tra le tradizioni del passato e i suoni del presente era la soluzione per far rinascere la musica strumentale in Italia.
Canti del Golfo di Napoli è una rapsodia orchestrale composta nel 1954, poi trasformata in balletto e quindi eseguita il 26 dicembre dello stesso anno all’Opera di Roma.
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Franco Alfano - Suite romantica
Franco Alfano appartiene invece ufficialmente a quel gruppo di compositori che negli anni Ottanta del Novecento avevano un preciso obiettivo: riprendere le fila della tradizione strumentale musicale italiana che da troppo tempo era stata messa in secondo piano perché offuscata dall’arte del ben canto. Gli esponenti della Generazione dell’Ottanta – Alfano, Pizzetti, Malipiero, Respighi e Casella – mossero la loro ricerca artistica in direzione opposta a quella del teatro musicale, criticandolo aspramente e individuando come repertorio di riferimento i modelli anteriori alle glorie del melodramma, il canto gregoriano e il canto popolare.
Fu Tito Ricordi, editore e dedicatario dell’opera, a intitolare il pezzo Poema Italico, Suite romantica, a evidenziare la rinascita del sinfonismo italiano che andava in due direzioni – divergenti ma con un unico fine: da una parte l’apertura verso i nuovi modelli sinfonici europei, dall’altra i modelli che avevano fatto la storia della tradizione musicale italiana.
Suite romantica si compone di quattro movimenti che ripercorrono il viaggio di due amanti tra le atmosfere che caratterizzano il percorso verso il Meridione, da Venezia a Napoli. La prima parte, Notte adriatica, è un notturno suggestivo che evoca atmosfere di stupore, di attesa, con echi carnevaleschi che portano alla fuga dei due amanti. Echi dell’appennino è caratterizzata da canti pastorali e motivi di danze rusticane. Un’atmosfera malinconica è al centro della terza parte, Al chiostro abbandonato, dove echeggiano il suono di campane lontane e modi gregorianeggianti. Natale campano è una conclusione festosa, fatta di colori sgargianti e generosa di raddoppi orchestrali: tutto svanisce in danze e canzoni.
[1] Jules Massenet, Autobiographical Notes by the composer Jules Massenet, «The Century illustrated monthly magazine», Vol. XLV, nov. 1892 – apr. 1893, p. 123
[2] Ibid.
[3] Grazia Calanna, Di Paul Celan i “Microliti” a cura di Dario Borso, URL: www.lestroverso.it/di-paul-celan-i-microliti-a-cura-di-dario-borso/, consultato il 04/04/2024
[4] Leslie Kearney, Tchaikovsky and His World, Princeton: Princeton University Press, 1998, p. 28
[5] Modest Ilich Čajkovskij, The life & letters of Peter Ilich Tchaikovsky, London: John Lane, 1905, p. 361
[6] Ivi, p. 369
[7] Adriano Bassi, Renzo Rossellini fra cinema e musica, Monza: Casa Musicale Eco, 2015, p. 16
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Programma di sala pubblicato in occasione del concerto "Viaggio in Italia" eseguito dall'Orchestra Sinfonica di Milano il 19 e 21 aprile 2024.
Joo Cho Soprano
Nicholas Isherwood Basso
Alla direzione d'orchestra Giuseppe Grazioli.