L'arte del distacco: Ravel e l'eleganza dell'equilibrio

Maurice Ravel era ben consapevole di quanto si diceva della sua arte. Spesso connotato come abile artigiano, lontano dal significato più intimo e profondo dell’arte e contrario all’esternazione di qualsiasi moto affettivo attraverso la musica, fu associato a Baudelaire quando gli venne detto che – proprio come il poeta - «si vergognava del suo cuore».[1] Eppure, a Ravel di queste critiche poco importava. Anzi, ne cavalcava l’onda suffragando dichiarazioni che ne alimentavano la nomea. Ravel mai negò il valore della sincérité di un artista, a patto però che fosse ben distinta dalla sua conscience: «la coscienza ci spinge a trasformarci in bravi artigiani. Il mio obiettivo è la perfezione tecnica. Posso sforzarmi incessantemente in questa direzione, poiché sono certo di non poterla mai raggiungere. La cosa importante è avvicinarsi ad essa sempre di più. L'arte, senza dubbio, ha altri effetti, ma l’artista, a mio avviso, non dovrebbe avere altro scopo».[2]

Oggi, l’opera di Ravel si è dimostrata più resistente al logorio del tempo rispetto a parte dei lavori debussiani e ancor più alla produzione dell’avanguardista Group de Six. Si pensi al tema del Boléro: forse grazie al principio d’iterazione oggi tanto caro alla musica commerciale, si è imposto nell’immaginazione di tutti, trasformandosi in un vero e proprio successo che oggi – secondo un calcolo approssimativo – frutterebbe all’autore royalties dal valore di circa cento milioni di euro.[3] Dopo diciotto ripetizioni dello stesso elemento melodico, ci sorprenderebbe il contrario.

Ravel visse in un momento storico e in un contesto culturale ricco di stimoli esterni. Fu uno di quei compositori tra i più attenti ai fenomeni musicali che lo circondavano: dallo spagnolismo delle sue origini all’utilizzo di ritmi di danza d’ogni genere, dalla musica preromantica al classicismo, dall’orientalismo al blues, al jazz. Da queste matrici Ravel mise a punto una cifra stilistica personalissima, modernista, oggi evidente soprattutto nelle sue opere sinfoniche, dove ogni elemento – melodico, ritmico, timbrico, armonico – viene gestito con grande maestria.

I due Concerti per pianoforte e orchestra, il Menuet sur le nom d'Haydn e il Boléro sono perfetta rappresentazione di come Ravel abbia interpretato ogni suggestione esterna in modo tanto personale quanto affascinante, in un perfetto equilibrio di tutti gli elementi verso un traguardo sì di perfezione, ma altrettanta bellezza.

Nel 1909 il direttore della Revue Musicale Jules Écorcheville decise di celebrare il centenario della morte di Franz Joseph Haydn con un numero speciale. Rivolse esplicita richiesta a sei compositori – Debussy, Dukas, d’Indy, Hahn, Widor, Ravel – chiedendo loro di scrivere un’opera ciascuno usando il noto principio di B-A-C-H-iana memoria. Il Menuet sur le nom d'Haydn si estende di sole cinquantaquattro battute ma è ricco di «gesti ispirati a un Classicismo à la manière de…». Ravel trasforma il nome di Haydn in un motivo di cinque note - B-A-D-D-G – che viene prima invertito, poi ribaltato, quindi accompagnato da un cromatismo e continue incursioni di accordi di settima e nona ben lontani da Haydn; eppure, il suo andamento e la sua struttura non sono affatto in contrasto con lo stile classico. Un omaggio ad Haydn con sfumature decisamente vintage.

È il pianoforte il punto nevralgico da cui si irradia tutta la produzione raveliana. Molte delle opere orchestrali di Ravel non sono che trascrizioni di pagine scritte per pianoforte e portate alla loro massima espressione nei colori e nei timbri orchestrali, grazie a una profonda e consapevole conoscenza del pianoforte e dell’orchestra. I lavori per orchestra che seguono la forma classica si contano sulle dita di una mano (o quasi) e tra questi ci sono i due estremi lavori sinfonici: il Concerto per pianoforte e orchestra in Sol maggiore e il Concerto per pianoforte e orchestra in Re maggiore per la mano sinistra. Due concerti scritti quasi in contemporanea (1929 e 1931), tanto diversi tra loro quanto complementari.

Il Concerto in Sol segue la struttura dei quattro movimenti, quello in Re maggiore si sviluppa in un solo movimento con una struttura internamente tripartita. Il primo è caratterizzato da un’atmosfera leggera e brillante, il secondo ha un’atmosfera cupa e tetra. Entrambi iniziano con un ostinato, ma nel Concerto in Sol maggiore è l’ottavino – lo strumento con il registro più acuto – a presentare il tema, mentre nel Concerto in Re maggiore è il controfagotto, lo strumento più grave. In entrambi i casi, Ravel fa suo il concetto stesso di concerto, affondandone le radici nell’etimologia stessa di cum certare, ossia del “gareggiare insieme”. Da un lato, è una sfida a chi è più “sonoro”, più brillante, più virtuoso; dall’altro, è un dialogo raffinato, una ricerca continua del perfetto equilibrio tra il pianoforte e il “peso” dell’orchestra.

Il Concerto in Sol maggiore è tradizionale e classico nelle intenzioni: un «concerto nel vero senso della parola […] scritto nello stesso spirito di Mozart o Saint-Saëns».[4] Il primo movimento è un’alternanza di temi d’ispirazione spagnoleggiante e jazzistica – un omaggio a Gershwin, che aveva conosciuto durante il viaggio in America - dove il pianoforte si inserisce e crea un gioco di sfumature ritmiche e timbriche con l’orchestra. Nell’Adagio assai Ravel dichiara di essersi ispirato all’atmosfera dell’Adagio del Quintetto per clarinetto di Mozart. È il movimento più celebre, dall’atmosfera nostalgica, dove la liquidità della scrittura si fonde con la grandissima capacità di orchestratore, creando una perfetta alchimia di timbri. Il terzo movimento – Presto – è un pezzo velocissimo, caratterizzato da materiali brevi, concisi e ritmici alternati dalle incursioni del solista. Il Concerto in sol maggiore è un concerto leggero e brillante perché così – a detta di Ravel – doveva essere un concerto.

Il Concerto in re maggiore per mano sinistra ha un carattere ben diverso. Fu scritto tra il 1929 e il 1930 su commissione di Paul Wittgenstein, pianista che dopo aver perso il braccio destro durante la Prima guerra mondiale iniziò a commissionare ai compositori più celebri lavori ad hoc per continuare a esibirsi. Per Ravel fu fondamentale utilizzare tutti gli artifici possibili per far sì che non fosse possibile capire che il pianista stesse suonando con una sola mano. L’obiettivo era quello di creare il massimo effetto polifonico. Il risultato? Un virtuosismo tale che mise in difficoltà non solo Wittgenstein, ma anche tutti i pianisti che decisero di eseguire il concerto dopo di lui. Degna di nota è la bellissima, virtuosissima, complessissima prima cadenza del solista dove Ravel crea un gioco di rintocchi nel registro grave, sfruttando abilmente il pedale, dando vita a una vera polifonia a due mani.

Il Boléro appartiene all’ultima stagione raveliana, quella ancor più caratterizzata da un taglio spiccatamente modernista. Nel Boléro Ravel elimina tutte le caratteristiche che da sempre hanno fatto la storia della musica: l’elaborazione, la variazione, la modulazione, il movimento. Per Ravel fu un «esperimento in una direzione ben specifica e limitata» che non doveva «essere sospettata di mirare a raggiungere qualcosa di diverso, o qualcosa di più, di ciò che effettivamente realizza».[5] Il Boléro – un balletto su richiesta di Ida Rubinstein e composto in fretta e furia dopo una serie di ripensamenti su altri temi – ebbe un successo straordinario e il compositore stesso ne rimase sorpreso. Come è possibile che un brano di diciassette minuti, composto interamente da un «tessuto orchestrale senza musica»,[6] abbia avuto un tale successo? La sola varietà del Boléro è nel colore orchestrale. Per il resto, è uno straordinario crescendo – con un unico, brevissimo, deragliamento orchestrale sul finale - che nel suo rigore ritmico e melodico ci mostra tutto il potenziale dell’orchestra. La struttura è delle più elementari possibili: due ripetizioni del tema A, due ripetizioni del tema B, un progressivo arricchimento strumentale e dinamico. Anche l’accompagnamento ritmico, inizialmente affidato a un tamburo militare in pianissimo, viene arricchito dagli strumenti solisti che man mano ripetono i due temi, dando vita a un ispessimento di tutti e tre gli elementi in un perfetto equilibrio.

Il Boléro è una preziosa lezione di orchestrazione che ben riassume le conquiste fatte dall’orchestra dai primi anni Trenta dell’Ottocento all’inizio del Novecento. A tal proposito è interessante far luce su un altro aspetto: l’ingresso degli archi, la sezione fondamentale dell’orchestra classica. Per tutta la metà del brano sono affidati alla sezione ritmica, solamente oltre la metà li sentiamo esporre il tema.

Fino ad ora, il nome di Haydn l’abbiamo citato una sola volta, ma è sicuramente affiorato nelle nostre menti lungo questa lettura. Chi meglio di lui possiamo ricondurre alla forma classica del genere sinfonico? La Sinfonia n. 45, anche conosciuta come Sinfonia degli addii sarebbe perfetta per chiudere il cerchio, se non fosse che sul Finale, anche Haydn se ne allontana. Nel Boléro si aggiunge, nella Sinfonia degli addii si toglie. E per un valido motivo.

Nel 1772 Haydn era Kappelmeister presso la corte dei principi Esterhazy. Il principe Nikolaus aveva costruito una residenza estiva tanto splendida da rivaleggiare con Versailles e quell’anno non ne voleva sapere di tornare in città. Il problema era che a palazzo non c’era posto per tutti gli orchestrali e questi erano costretti a stare in alloggi secondari, lontani dalle loro famiglie. Haydn raccolse le lamentele e decise di presentarle al principe con un vero e proprio coup de théâtre. Nell’ultimo movimento, l’orchestra man mano si svuota: gli strumenti escono di volta in volta, i musicisti si alzano, spengono le candele dei loro leggii, rimangono due soli violini.

Ah, che meraviglia l’orchestra.

[1] Alexis Roland-Manuel, Maurice Ravel, New York: Dover Publications, 1972, p. 136

[2] Arbie Orenstein, A Ravel Reader: Correspondence, Articles, Interviews, New York: Columbia University Press, 1990, p. 38.

[3] Luca Chierici, Maurice Ravel, in «Guida alla musica sinfonica», a cura di Ettore Napoli, Le Guide Zecchini, Vol. 1, Varese: Zecchini Editore, 2010, p. 397.

[4] Orenstein 1990, p. 447.

[5] Ivi

[6] Ivi

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Programma di sala pubblicato in occasione del concerto "Ravel, Haydn", eseguito il 4 e 7 aprile 2025 dall'Orchestra Sinfonica di Milano.

Maurice Ravel, Concerto per pianoforte e orchestra in Sol maggiore

Maurice Ravel, Menuet sur le nom d’Haydn per pianoforte

Maurice Ravel, Concerto per pianoforte e orchestra in Re maggiore per la mano sinistra

Franz Joseph Haydn, Sinfonia n. 45 in Fa diesis minore Hob.I:45 "Sinfonia degli addii"

Maurice Ravel, Boléro

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