«È cosa strana e ben curiosa che l’Haydn non uscendo mai da Eisenstadt, fu il solo che ignorasse per lungo tempo la propria celebrità».[1]
Joseph Haydn arrivò a Londra per la prima volta nel 1790, all’età di 59 anni, e fu accolto come “il più grande compositore del mondo”. Aveva alle spalle trent’anni al servizio degli Esterhazy, famiglia aristocratica ungherese il cui potere politico andava di pari passo con quello dell’imperatore e la cui fortuna economica riempì le tasche e il prestigio del compositore austriaco. Il palazzo Esterhazy – residenza del principe Nicholas dal 1766, costruita in competizione con nientepopodimeno che lo splendore della corte di Versailles – era miraggio per i visitatori e fecondo centro di produzione musicale. Haydn non solo componeva qualsiasi genere di musica gli veniva commissionata dal principe ma dirigeva anche le esecuzioni, reclutava e sovrintendeva il personale musicale, controllava lo stato degli strumenti. Diede vita a un’orchestra che comprendeva dai dieci ai venticinque esecutori e una dozzina di cantanti per l’opera. I musicisti erano reclutati tra i migliori talenti austriaci, italiani, o di altre nazionalità; ogni settimana venivano presentate due opere e due lunghi concerti. La corte principesca era luogo di passaggio di artisti e ospiti illustri, ma al tempo stesso – l’isolamento rurale dell’ex residenza di caccia – permise a Haydn di sperimentare, perfezionare, sostituire, scoprire cose nuove, senza che nessuno «potesse sviare o turbare il mio lavoro», costringendolo «a diventare originale».[2]
Il prestigio di Haydn evolse in maniera direttamente proporzionale a quello della corte. Nel 1790 Haydn era diventata una star nell’accezione più moderna del termine: non vi era luogo in cui la sua musica non era eseguita, non vi era corte che non ne richiedeva i servigi. Eppure, quando approdò a Londra nel xxx del 1790, Haydn rimase sorpreso dall’accoglienza del pubblico londinese. Tutti volevano qualcosa da lui: «il mio arrivo ha suscitato un enorme clamore in tutta la città, e per tre giorni consecutivi sono comparso su tutti i giornali. Tutti vogliono conoscermi».[3] Haydn era stato chiamato a Londra da Johann Peter Salomon, abile impresario, violinista e compositore, per comporre e dirigere sei sinfonie, e più tardi altre sei, per l’esigente pubblico cosmopolita londinese. Le aspettative erano alte, Haydn le superò di gran lunga. Le Sinfonie londinesi sono la ciliegina sulla torta di quarant’anni di carriera, in cui vi riversa tutta l’esperienza e gli artifici dei lavori precedenti, portandoli a un livello ancora superiore.
Tuttavia, Haydn non si limitò a comporre. Oltre agli obblighi “sociali” che doveva assolvere – cene ed eventi di vario tipo con l’alta aristocrazia londinese – diede anche lezioni. Un giorno, un ricco lord inglese, andò da lui e gli chiese di dargli lezioni di contrappunto per una ghinea l’una. Haydn acconsentì e le lezioni iniziarono il giorno stesso. Il lord inglese estrasse un quartetto haydniano trascritto di sua mano e iniziò a chiedere al compositore di dargli ragione di alcune modulazioni e numeri «ch’io non approvo totalmente, perché parmi contraria ai buon principi». Haydn, sorpreso da questo singolare esordio ma rincuorato dalla ghinea in tasca, cominciò a giustificare il suo lavoro. Non «avvezzo a parlar per gramatica, e che scriveva sulle sue proprie regole ed esperienze, […] rispondeva: questo l'ho fatto perché va bene; quest'altro, perché fa buon effetto: quello perché necessario». Il lord inglese, non soddisfatto di queste risposte, continuò a fare domande e controbattere fin tanto che Haydn, ormai sicuro che una ghinea non fosse abbastanza per sopportare quello strazio, rispose seccamente: «Milord, io credeva d'insegnare à voi, e vedo che voi volete insegnare a me. Perdonate! Io non sono in caso di pagarvi una ghinea per lezione».[4] Inutile dire che le lezioni col lord inglese finirono ancor prima di iniziare.
La ricerca del buon effetto è una delle caratteristiche che più emerge nella Sinfonia n. 101 – o La pendula – eseguita per la prima volta all’Hanover Square Rooms di Londra, il 3 marzo 1794, con Haydn in veste di direttore d’orchestra al clavicembalo e Johann Peter Salomon come primo violino. Haydn era ben accorto dei gusti del pubblico e molte delle scelte che fece furono per la volontà di trovare qualcosa di insolito e sensazionale che potesse ancora far parlare di lui, soprattutto in una società in cui business e cultura erano perfettamente integrati e la competizione tra musicisti era più viva che mai.
Le Sinfonie londinesi hanno al loro interno una serie di escamotage che il compositore usa per stupire il pubblico: si veda la Sinfonia n. 94, la Sorpresa, dove Haydn inserisce un fortissimo su un tempo debole a un certo punto del movimento lento; o l’Allegretto della Sinfonia 100, la Militare, che vede l’inserimento delle turcherie – un set di percussioni (gran cassa, piatti, triangolo) – per conferire sonorità esotiche e inedite all’orchestra. Nell’Andante della Sinfonia n. 101, Haydn mette in mano a due fagotti e al pizzicato dei violino l’imitazione del tic-toc dell’orologio, accompagnato da una melodia dei primi violini perfetta per uno di quegli orologi meccanici che erano tanto in voga nel Settecento.
Haydn fu tanto ruffiano e british con il pubblico londinese quanto maturo e sempre nuovo. E come prevedibile, anche la Sinfonia n. 101 fu un successo: «come al solito la parte più deliziosa dell'intrattenimento è stata una nuova grande Ouverture [sinfonia] di Haydn; l'inesauribile, il meraviglioso, il sublime Haydn! […] Ogni nuova ouverture che scrive, temiamo, finché non viene ascoltata, che possa solo ripetere se stesso; e ogni volta ci sbagliamo […] Era Haydn. Cosa possiamo, cosa dobbiamo dire ancora?».[5]
A cavallo tra Sette-Ottocento, la fama che Haydn raggiunse in vita fu un fenomeno unico nella storia della musica. Fu tra i compositori più prolifici: nel 1805 abbozzò in un catalogo gli incipit delle opere che ricordava di aver scritto. I numeri sono impressionanti: oltre cinquecento composizioni tra sinfonie, quartetti, trii, concerti, messe, brevi composizioni sacre, sonate, canzoni, lieder, divertimenti, capricci e fantasie. Una velocità di composizione unica paragonabile a quella di Antonin Dvořák, ma con numeri ben diversi: nel catalogo di Haydn si contano centodiciotto incipit di sinfonie, in quello di Dvořák nove.
Sebbene Haydn ritenesse la sua vita non degna di essere scritta perché priva di coup de théâtre degni di nota, fu comunque costellata da una serie di colpi di fortuna che gli permisero di raggiungere quella fama. Al contrario, Dvořák faticò ad affermarsi. Era sempre in cerca di un modo per sostenersi economicamente, si destreggiava tra impegni orchestrarli, lezioni e la composizione, ma fu solo grazie a Bedřich Smetana prima e Johannes Brahms poi che le sue musiche iniziarono a diventare popolari e a girare in tutta Europa. Come Haydn – ma come pochi altri compositori ottocenteschi – Dvořák approccia tutti i generi musicali: oltre le nove sinfonie sopracitate, scrive poemi sinfonici, variazioni per orchestra, overture da concerto, rapsodie, serenate, concerti per strumento solista e orchestra. E come da tradizione che affonda in Haydn le sue radici e considera il quartetto d’archi compagno quotidiano del compositore e la sinfonia il suo capolavoro, Dvořák compone la sua Prima Sinfonia solo dopo aver messo mano alla musica da camera. Le sue nove sinfonie sono state spesso indicate come “folkloristiche” o “spontanee”, ma la sua musica è tutto fuorché semplice: è una musica complessa, sempre varia, che fa della padronanza melodica la sua firma con pochi eguali in Europa.
Dvořák aveva un rapporto piuttosto altalenante con le sue sinfonie: mai pienamente convinto delle prime, fu solo con la Sinfonia n. 5 – composta fra il mese di giugno e luglio del 1875 – che si ritenne finalmente soddisfatto, tanto da chiamarla a lungo la sua Prima Sinfonia. Dedicata a Hans von Bulow ed eseguita per la prima volta a Praga il 25 marzo del 1879 sotto la direzione di Adolf Čech, la Sinfonia n. 5 è una sinfonia ponte tra due che più tardi non accettò e la Sinfonia n. 6, dove giunse il tanto atteso salto di qualità e la consacrazione internazionale.
Dal carattere pastorale, la Sinfonia n. 5 presenta una certa uniformità tra i primi tre movimenti che sembrano tutti portare al grandioso Finale, vero punto di partenza delle sinfonie successive. La Sinfonia n. 5 è ricca di rimandi alla tradizione ceca e slava: i ritmi irregolari del primo movimento che ricordano il furiant – una danza boema che verrà ampiamente utilizzata nella sinfonia successiva; l’atmosfera ovattata, pastorale, dell’Andante con moto che sfocia in un intermezzo malinconico che ricorda la dumka – un canto popolare slavo. L’Andante con moto, dall’atmosfera profondamente popolare, è anche il movimento in cui Dvořák dà sfoggio della sua padronanza melodica: una triplice esposizione, prima affidata ai violoncelli, poi ad altri strumenti mentre i clarinetti punteggiano con variazioni e trilli e infine ripresa con un’orchestrazione leggermente modificata e accompagnata da un “regolare” battito dei timpani. È degno di nota l’espediente che utilizza per collegare il secondo e il terzo movimento: una breve pausa, una breve modulazione, quindi lo Scherzo – anch’esso in ritmo di danza, dove il compositore integra freschezza tematica, capacità di sviluppo e rigore formale tipiche del Dvořák più maturo. È nel tempestoso Finale che troviamo la piena maturità di Dvořák. Attaccato con impeto in La da violoncelli e contrabbassi, viene poi messo in contrasto col marcato lirismo del tema in Reb esposto da violini e clarinetti e che porta, poco dopo, alla coda brillantissima che chiude su una fanfara di ottoni che riprende il tema del primo movimento.
[1] Giuseppe Carpani, Le Haydine: ovvero lettere su la vita e le opere del celebre maestro Giuseppe Haydn, Milano: Candido Buccinelli, 1812, p. 222.
[2] Donald Jay Grout, Storia della musica in Occidente. Milano: Feltrinelli, 2014, p. 488.
[3] Joseph Haydn, The Collected Correspondence and London Notebooks of Joseph Haydn, a cura di Howard Chandler Robbins, London: Barrie and Rockliff, 1959, p. 112.
[4] Carpani 1812, p. 224-225.
[5] H. C. Robbins Landon, Haydn: Chronicle and Works. Bloomington: Indiana University Press, 1976, p. 241.
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Programma di sala pubblicato in occasione del concerto "Haydn, Dvořák" eseguito il 7 e 9 marzo dall'Orchestra Sinfonica di Milano.
Franz Joseph Haydn, Sinfonia n. 101 in Re maggiore Hob.I:101 "L'orologio"
Antonìn Dvořák, Sinfonia n. 5 in Fa maggiore op. 76 B. 54