January 25, 2022

Article at Fabrizio on Authory

Prognosi riservata

Oggi tutti si chiedono se l’America sia stata raggiunta e superata economicamente dalla Cina e se la sua lunga egemonia sul sistema mondiale stia finendo. La risposta è che gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il paese militarmente più forte del pianeta, la loro economia è più robusta di quanto non sembri, la loro capacità di attrazione nei confronti del resto del mondo è sempre alta (chi vorrebbe vivere nello smog di Pechino invece che a New York o San Francisco?). Ciò detto, gli elementi di debolezza esistono e si collocano nel cuore del sistema, cioè nelle istituzioni. Il sistema politico americano è un malato in prognosi riservata.

Periodicamente, gli Stati Uniti cadono preda dell’ossessione del “declino”. L’ultimo esempio è il furioso dibattito che si è scatenato l’estate scorsa dopo il precipitoso ritiro dall’Afghanistan, ma il tema era stato al centro della campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, il cui slogan era Make America Great Again, dove l’accento era su again, cioè “di nuovo”, “come prima”. Una promessa di arrestare e invertire il declino. Ma negli anni ’80 c’era stata l’ossessione del Giappone e delle sue brillanti performance economiche, negli anni ’70 lo shock della rivoluzione iraniana che Jimmy Carter non aveva saputo/voluto soffocare. E ancora: alla fine degli anni ’50 c’era il timore di essere superati in numero e potenza dei missili dall’Unione Sovietica, con John Kennedy che accusava Eisenhower e Nixon di aver ignorato il missile gap.

Oggi tutti si chiedono se l’America sia stata raggiunta e superata economicamente dalla Cina e se la sua lunga egemonia sul sistema mondiale stia finendo. La risposta è che gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il paese militarmente più forte del pianeta, la loro economia è più robusta di quanto non sembri, la loro capacità di attrazione nei confronti del resto del mondo è sempre alta (chi vorrebbe vivere nello smog di Pechino invece che a New York o San Francisco?). Ciò detto, gli elementi di debolezza esistono e si collocano nel cuore del sistema, cioè nel sistema politico. Per una serie di ragioni, alcune strutturali e storiche, altre contingenti, il sistema politico americano è un malato in prognosi riservata.

Guardando superficialmente alle caratteristiche dei regimi democratici come la regolarità delle elezioni, la separazione dei poteri, l'indipendenza dei giudici, si dimentica spesso che la democrazia è prima di tutto un sistema in cui c'è un trasferimento pacifico del potere. I perdenti non hanno paura di essere messi in prigione, o peggio, dai vincitori. Negli Stati Uniti, una volta conosciuti i risultati, la telefonata del candidato fallito al vincitore è sempre stata un potente rituale per sottolinearlo.

It Can’t Happen Here scriveva Sinclair Lewis nel 1935. E invece è accaduto: il 6 gennaio 2021 un aspirante dittatore, eletto nel 2016 tra manipolazioni e interferenze straniere, ha cercato di impadronirsi del Congresso per impedire la ratifica della vittoria elettorale del candidato democratico Joe Biden. Sarebbe però un grave errore attribuire questo tentativo alla sola megalomania di Trump: il disprezzo per la democrazia e lo stato di diritto, la mobilitazione della violenza, la propaganda dell'odio per dividere la società, il razzismo avevano creato le condizioni favorevoli. Si è trattato di un lungo processo di radicalizzazione politica, le cui conseguenze sul funzionamento delle istituzioni vengono spesso sottovalutate.

Eppure già nel 2012, Thomas Mann e Norman Ornstein, due analisti politici molto rispettati, avevano scritto: “Il partito repubblicano è diventato ... ideologicamente estremo, sprezzante del regime sociale ed economico ereditato, sprezzante del compromesso, non convinto dalla comprensione generalmente accettata dei fatti, delle prove e della scienza. Per non parlare del disprezzo della legittimità della sua opposizione politica”[1]. Così è il partito repubblicano che si è trasformato in quello che Mann e Ornstein definivano un “corpo estraneo” alla democrazia rappresentativa, un'organizzazione fascistoide.

La presidenza Trump ha dimostrato che la linea tra populismo xenofobo e fascismo è molto sottile. Subito dopo la sua elezione Judith Butler scriveva: “Quando Trump parla così, si comporta come se avesse da solo il potere di decidere la politica estera, di decidere chi va in prigione, di decidere chi viene deportato, quali accordi commerciali vengono onorati, quale politica estera viene attuata e quale cancellata. Molti di noi hanno preso la sua arroganza, le sue ridicole vanterie, il suo razzismo, la sua misoginia e le sue tasse non pagate come caratteristiche autodistruttive, ma tutto questo era francamente eccitante per molti di coloro che hanno votato per lui. Nessuno è sicuro che abbia letto la Costituzione, o che gliene importi qualcosa. Questa arrogante indifferenza è ciò che attira la gente verso di lui. E questo è un fenomeno fascista. Se queste parole diventano azioni, allora abbiamo un governo fascista”[2].

Come si è visto il 6 gennaio 2021, Trump e i suoi intendevano mantenere il potere a qualsiasi costo, sovvertendo i risultati dell’elezione che aveva visto prevalere il candidato democratico Joe Biden. La marcia su Washington aveva dei caratteri un po’ folcloristici ma il tentativo di golpe era reale[3]. Sarebbe però un errore considerare gli avvenimenti di un anno fa il tentativo velleitario e dilettantesco di un aspirante dittatore: erano invece il risultato di un lungo processo di radicalizzazione a destra dell’intero partito repubblicano. Un processo che spiega il consenso di cui continua a godere Trump nel suo esilio di Mar-a-Lago nonostante le quotidiane menzogne e gli effetti disastrosi della sua presidenza nella gestione della pandemia.

L'esplosione della disuguaglianza e il ruolo del denaro nella politica

Nel 1973, la quota di reddito che andava all'1% più ricco dei contribuenti americani era circa il 9%, mentre la quota di reddito nazionale che andava al 90% più povero era il 68%. Certo, c'era disuguaglianza, ma niente in confronto a quello che è successo nei quarant'anni successivi. Nel 2013, la quota di reddito nazionale del 90% dei contribuenti era scesa al 53%, quindici punti percentuali in meno rispetto al 1973, mentre la quota del top 1% era raddoppiata. L'indebolimento del lavoro sindacalizzato, iniziato negli anni '70 e mai invertito, è stato un fattore determinante di questa dinamica. Come ha scritto Thomas Piketty, “Sono questi meccanismi del mercato del lavoro che spiegano principalmente l'aumento della disuguaglianza di reddito in un gran numero di paesi dagli anni '80, in particolare negli Stati Uniti”[4].

Ma guardiamo a un indicatore più significativo: non il reddito ma la ricchezza posseduta. In questo caso scopriamo che, nel 2021, l’1% dei contribuenti controllava uno stupefacente 32,3% della ricchezza nazionale[5]. Questo piccolo gruppo si è preso oltre il 90% dei frutti della crescita dopo il 2009, mentre il resto della società è diventato più povero, una dinamica accelerata dall’epidemia, che ha visto letteralmente esplodere i patrimoni di Elon Musk, Jeff Bezos e pochi altri miliardari. Nel primo trimestre 2021, in effetti, la metà più povera delle famiglie americane complessivamente deteneva il 2% della ricchezza nazionale[6].

Questa disuguaglianza e l’esplosione del costo delle campagne elettorali hanno reso il denaro il padrone del gioco politico. Dagli anni ‘70 in poi, le donazioni in dollari ai candidati e ai partiti erano state soggette a una regolamentazione più rigida. L'idea era di ridurre la corruzione e limitare il potere delle lobby. I risultati sono stati piuttosto deludenti: le regole di finanziamento delle campagne elettorali non sono riuscite a controllare lo tsunami di denaro che ha investito la politica, in particolare a causa di due sentenze della Corte Suprema (Buckley v. Valeo, 1976 e Citizen United v. Federal Election Commission, 2010). I giudici hanno stabilito che i contributi finanziari ai candidati politici sono una forma di “discorso” e quindi sono protetti dal Primo emendamento, che non può essere limitato se non in casi particolari.

Le nuove regole hanno dirottato molti finanziamenti ai PAC, i comitati di sostegno dei singoli candidati. Mentre una volta i partiti controllavano il flusso del denaro in politica, a partire dal 2010 è cresciuta una pletora di donatori dalle tasche senza fondo, come Rebeka Mercer, i fratelli Koch o Sheldon Adelson, tutti sostenitori dell’estrema destra. Oggi la National Rifle Association è sull’orlo del fallimento ma per quarant’anni ha ricattato i politici repubblicani per portare avanti la sua causa: armi ovunque, per tutti, di qualsiasi tipo. I partiti, indeboliti, sono stati ridotti a spettatori, mentre i candidati e le lobby combattevano tra di loro.


I deboli partiti americani

James Madison, Thomas Jefferson, John Adams, Alexander Hamilton, e la maggior parte dei loro colleghi erano molto sospettosi verso i partiti politici, che chiamavano “fazioni”, ma già per l'elezione dell’anno 1800 si vide lo scontro tra Federalisti e Democratici-Repubblicani. Negli anni Trenta dell’Ottocento entrambi crearono delle “macchine elettorali” per ampliare e consolidare le loro basi popolari. In questo modo, i partiti potevano usare premi e punizioni per controllare gli eletti e incoraggiarli a lavorare insieme.

In Congresso, i sistemi basati sull’anzianità furono sviluppati per premiare l'affidabilità politica e stabilire routine legislative efficaci. I partiti, gli eletti, le strutture amministrative basate sullo spoils system e le gerarchie congressuali nel tempo si trasformarono in strutture forti. Le alleanze personali, i contributi finanziari, le promozioni e gli incarichi di prestigio, gli stanziamenti a favore della città o dello Stato del deputato o del senatore furono per anni la base materiale dei compromessi che facevano funzionare la macchina del governo. Questi metodi erano certamente antidemocratici ma portavano ordine nel caos politico: va ricordato che i partiti americani sono sempre stati confederazioni di organizzazioni locali, niente a che vedere con i partiti centralizzati come il Labour inglese, la SPD tedesca o il PCI italiano.

Negli Stati Uniti, è stato grazie a queste pratiche parlamentari che un minimo di coordinamento e di responsabilità reciproca hanno potuto essere mantenuti per molto tempo, scoraggiando i comportamenti politici solipsistici e antisociali. Un deputato leale e moderato poteva aspettarsi una facile rielezione, sostegno finanziario, promozione attraverso commissioni e posizioni di leadership, e un nuovo aeroporto o centro di ricerca per il suo distretto. D'altra parte un “piantagrane” poteva aspettarsi ostracismo, emarginazione e difficoltà nella raccolta fondi, quindi una carriera politica senza prospettive. Naturalmente, il prezzo di questi metodi era la creazione di alleanze tra repubblicani e democratici del Sud, ferocemente determinati a mantenere lo status quo, la discriminazione razziale, la marginalizzazione delle minoranze e delle donne.

Per rompere questo sistema, dopo il ’68 si ampliò il ricorso alle primarie, cioè alla scelta da parte dei cittadini (e non dei soli iscritti) del candidato del loro partito. Le primarie esistevano già all'epoca di Theodore Roosevelt, ma la loro influenza rispetto ai partiti rimase limitata almeno fino al 1970. All’epoca si era già indebolito il legame tra i candidati e il partito ma le organizzazioni locali avevano ancora voce in capitolo e le decisioni importanti venivano prese da piccoli gruppi nelle cosiddette smoke-filled rooms. Nessuna nomina presidenziale tra il 1912 e il 1968 fu decisa contro il parere dei boss, che erano sempre in grado di mantenere il controllo dei loro delegati durante le convenzioni in cui veniva scelto il candidato alla presidenza.

Nelle competizioni locali i leader di partito avevano molti modi per influenzare le nomine e la selezione dei candidati alla Camera o al Senato. Oggi, c'è ben poco che i leader di partito possano fare per influenzare il processo di nomina se un candidato determinato e ben finanziato vuole conquistare un seggio in Congresso o addirittura la Casa Bianca. E, come scrisse il politologo Schattschneider nel lontano 1942, "Se il partito non fa nomine efficaci non può sopravvivere". (...) La natura della procedura di nomina determina la natura del partito”[7].

Le elezioni primarie hanno contribuito a rendere i due partiti ideologicamente più omogenei: negli anni i repubblicani sono diventati sempre più conservatori, i democratici sempre più progressisti. Questo è avvenuto per vari motivi, ma un fattore importante è stata la bassa partecipazione elettorale, che favorisce i candidati radicali e i gruppi di interesse altamente motivati, a danno dei gruppi moderati e meno organizzati. Raramente vota più del 10-15% degli aventi diritto e quando l'affluenza è bassa, è più facile che vengano premiati i candidati più vicini all'ortodossia ideologica.

Occorre ricordare che le elezioni per il Congresso sono a turno unico, in circoscrizioni manipolate a vantaggio del partito dominante nello Stato (gerrymandering) e con il sistema Winner-Take-All (chi arriva primo vince). Ciò significa che in moltissime circoscrizioni il candidato democratico o repubblicano non deve preoccuparsi troppo degli avversari politici: per esempio Alexandria Ocasio-Cortez è stata eletta nel Bronx, nella circoscrizione n. 14 di New York, con il 71,6% dei suffragi, distanziando il suo avversario repubblicano di quasi 100.000 voti. Sul fronte opposto, il repubblicano Earl Carter ha ottenuto l’82,2% dei voti nella circoscrizione n. 1 della Georgia. Su scala nazionale, appena 206 contee su oltre 3.300 sono considerate veramente incerte, nelle altre il risultato è quasi sempre facilmente prevedibile, in centinaia di casi assolutamente certo.

Quindi, se i leader di partito del passato avevano interesse ad incoraggiare candidati centristi più qualificati, oggi le primarie dirette favoriscono candidati radicali, indifferenti agli interessi generali del paese e preoccupati quasi esclusivamente della loro immagine. Il partito repubblicano ha poca capacità di marginalizzare gli estremisti di destra che non devono niente a nessuno: gli strumenti che i partiti e i professionisti della politica erano in grado di usare per garantire una certa coerenza politica sono stati persi da tempo.

Per di più, i candidati mainstream sono perennemente vulnerabili alle sfide dei radicali attraverso le primarie e quindi non osano votare a favore di provvedimenti perfettamente ragionovoli come passare il bilancio dello stato senza rischiare la “chiusura” del governo federale, con relativa paralisi dei servizi e gravi rischi per l’economia.

La comunicazione politica nell'era di Twitter

L’ascesa dell’estrema destra è stata facilitata dalla trasformazione dell’infrastruttura della comunicazione. Il giornalismo americano era nato partigiano e combattivo nel XIX secolo ma, almeno dal 1945 in poi, era stato anche un potente fattore di compromesso. La ricerca del consenso bipartisan e il sostegno degli elettori centristi avevano una notevole influenza sui politici. Questo conformismo era tutt'altro che ideale (basti pensare all'atteggiamento della stampa nei confronti della guerra in Vietnam) ma aiutava a rafforzare il quadro politico e quando outsider come Joe McCarthy o George Wallace minacciavano la stabilità del sistema, la CBS o il New York Times erano lì per ostacolare i demagoghi.

Tutto questo cominciò a cambiare negli anni '70, con la creazione di Fox News, un canale televisivo conservatore e fazioso, legato al partito repubblicano, e più tardi con il successo delle talk radio, anch’esse vicine alla destra. Per esempio, nel 1995 il settimanale Time pubblicò una copertina con il conduttore radiofonico Rush Limbaugh, il titolo “Is Rush Limbaugh Good for America?” e un sottotitolo che, a un quarto di secolo di distanza, appare profetico: “La radio aperta agli ascoltatori è solo l’inizio: il populismo elettronico minaccia di cortocircuitare la democrazia rappresentativa”. Esattamente ciò che è accaduto: molto prima di Twitter e Facebook le radio con telefonate in diretta degli ascoltatori avevano creato la base di massa del movimento fascistoide che ha poi trovato il suo leader carismatico in Donald Trump.

Già negli anni ‘90, il cosiddetto giornalismo di qualità aveva cambiato i suoi punti di riferimento e i suoi criteri di selezione delle notizie, cercando di rimanere a galla e sopravvivere al declino delle vendite o degli ascolti. La disintermediazione permessa dai blog prima e dalle piattaforme poi nel frattempo rimodellava l'ecosistema dell’informazione, unificando il mercato delle notizie/intrattenimento e precipitando i siti, i giornali nazionali, i giornali locali, le riviste, la radio e la televisione in un unico calderone on line, tutti insieme, in competizione feroce tra loro per fornire al pubblico l’ultima briciola di gossip offerta dalla politica-spettacolo.

Trump ha sfruttato abilmente le debolezze strutturali del giornalismo americano, in particolare la sua ossessione per le dichiarazioni dei politici, che sono tanto più amplificate e commentate quanto sono sensazionali. I giornalisti lo hanno aiutato diffondendo proposte senza senso (far pagare al Messico la costruzione di un muro al confine tra i due paesi) il cui scopo era quello di catturare l'attenzione dello spettatore casuale o marginale. I media tradizionali sono stati letteralmente ipnotizzati da Trump e, in un certo senso, continuano ad esserlo.

Nel 2017 Judith Butler aveva scritto che la presidenza era diventata un “fenomeno mediatico”[8] e non ci sono dubbi che la confusione e la radicalizzazione a destra del campo politico americano è stata facilitata dalle nuove piattaforme di comunicazione. Nel 2016, Donald Trump è stato in grado di raggiungere milioni di elettori via Twitter o Facebook senza dover passare attraverso i giornalisti, i presunti guardiani dell'obiettività, o spendere un centesimo in pubblicità televisiva. Un outsider come Bernie Sanders è stato in grado di condurre due campagne per la candidatura democratica usando Internet per raggiungere milioni di donatori senza ricorrere alle fonti tradizionali di raccolta fondi del partito. Già nel 2008 Obama aveva dimostrato che un candidato capace di usare Facebook, Twitter e l’entusiasmo di qualche migliaio di giovani sostenitori, poteva fare a meno quasi completamente delle strutture di partito e della stampa mainstream.

La paralisi politica

La radicalizzazione dei repubblicani, che sono minoritari nel Paese, ha creato, almeno a partire dalla metà degli anni ’80, una paralisi politica. A Washington, la maggioranza in Congresso e il presidente non solo hanno tentato di bloccare qualsiasi proposta avanzata dall'altro partito ma anche si sono impegnati a cancellare quanto fatto dall’amministrazione precedente, appena hanno avuto la possibilità di farlo. Come concepito nel 1787, il sistema richiede un’ampia cooperazione in buona fede dei suoi vari protagonisti, tanto più che il governo diviso è ormai la regola.[9] Dopo l'elezione di Ronald Reagan, tra il 1981 e il 2020, le due camere e il presidente sono stati controllati dallo stesso partito solo per dieci anni: dai repubblicani tra il 2003 e il 2007 e poi dal 2017 al 2018; dai democratici tra il 1993 e il 1995 e, di nuovo, tra il 2009 e il 2011. Per gli altri 30 anni, almeno una delle due camere è stata nelle mani del partito opposto al presidente. Le previsioni degli esperti sono che l’attuale controllo di Presidenza e Congresso da parte dei democratici finirà con le prossime elezioni di metà mandato, nel novembre 2022.

Per capire questa situazione si deve guardare alle origini stesse della struttura di governo degli Stati Uniti. Gli uomini che si riunirono a Filadelfia per scrivere la nuova costituzione erano ossessionati dal pericolo della tirannia e del potere personale: l'esecutivo fu quindi concepito con attributi di potere limitati e ben definiti. Il legislativo, per evitare la possibilità di abuso, era diviso in due camere, differenti nei poteri e nel modo di elezione.

I Padri fondatori erano preoccupati dalla possibilità di eccessi demagogici e capricci populisti, quindi crearono varie strutture-tampone tra i cittadini e il governo. Solo la Camera dei rappresentanti sarebbe eletta direttamente. Un radicale che avesse voluto entrare in Senato avrebbe dovuto passare attraverso il parlamento del suo Stato, che nominava i senatori. Un usurpatore che avesse voluto impadronirsi della presidenza avrebbe dovuto passare attraverso il collegio elettorale, un'assemblea di politici sperimentati che sceglieva il presidente[10]. Come scrisse James Madison, “l'ambizione deve essere contrapposta all'ambizione”[11].

Il testo finale doveva dare al popolo il potere di cambiare la forma di governo ogni qual volta questa “tendesse a distruggere questi fini” (i diritti alla vita, alla libertà e alla ricerca della felicità) e riaffermava solennemente il “diritto del popolo [a] modificarla o abolirla e istituire un nuovo governo, fondandolo sui principi e organizzandone i poteri nel modo che gli paia più conveniente a realizzare la propria sicurezza e felicità”.[12] La Costituzione, attraverso il suo preambolo implicitamente autorizzava i cambiamenti e, con l’articolo V, ne stabiliva le procedure: “Il popolo poteva correttamente procedere a modifiche ogni qual volta ritenesse lo status quo superato o imperfetto”.[13] Durante le procedure di ratifica a New York, Alexander Hamilton metteva per iscritto lo stesso fondamentale principio: “il diritto del popolo di modificare o abolire la costituzione esistente quando esso la consideri un ostacolo alla sua felicità”[14].

In pratica le cose sono andate diversamente: in tempi recenti la costituzione si è rivelata praticamente immodificabile. L’articolo V prescrive infatti che ogni emendamento debba essere votato a maggioranza di due terzi da entrambe le camere e ratificato da tre quarti degli stati. Non a caso, dei 27 emendamenti entrati in vigore fino ad oggi, dieci furono approvati quasi immediatamente, nel 1791, per rafforzare le garanzie dei diritti dei cittadini. Tre furono il risultato della guerra di Secessione e due quelli per l’introduzione e poi l’abolizione del proibizionismo. Gli altri 12 emendamenti riguardano questioni tecniche, come la chiarificazione delle procedure per l’elezione di presidente e vicepresidente (il XII) o banalità, come l’aumento delle indennità per deputati e senatori (il XXVII). Se si esclude appunto quest’ultimo, l’emendamento più recente risale a oltre mezzo secolo fa: il XXVI, sul voto ai diciottenni, fu ratificato nel 1971. Per trovare altri emendamenti che abbiano veramente inciso sul funzionamento del regime bisogna risalire al 1964 (XXIV, divieto di subordinare il diritto di voto al pagamento di una tassa), al 1920 (XIX, voto alle donne) o al 1913 (XVII, elezione diretta dei senatori).

La Costituzione intendeva limitare gli eccessi costringendo i poteri e i gruppi in competizione fra loro a negoziare e a scendere a compromessi. Lo strumento per ottenere questo risultato fu però una macchina di governo barocca e incline alla paralisi: la storia ha poi dimostrato che ci voleva un’ampia cooperazione in buona fede tra gli attori politici per ottenere qualche risultato. Oggi non solo una legge deve trovare una maggioranza alla Camera ma deve passare al Senato senza incontrare ostruzionismo, altrimenti ha bisogno di una super-maggioranza del 60% per essere approvata. Infine, ha bisogno della firma del presidente, senza la quale la Costituzione richiede una maggioranza dei due terzi in entrambe le camere per annullare il veto della Casa Bianca. E dopo la sua entrata in vigore inizia la guerriglia giudiziaria davanti ai tribunali federali, che si conclude solo dopo aver esaurito i molteplici appelli alla Corte Suprema.

Questa lunga paralisi del Congresso, oggi spaccato esattamente a metà, ha reso l'elettorato americano ancora più disgustato, portando a una grande volatilità politica senza però cambiare il funzionamento del sistema. Barack Obama fu eletto nel 2008 sulla base della promessa di far funzionare di nuovo il governo federale ma i suoi appelli ai repubblicani per trovare accordi, per varare provvedimenti basati su soluzioni di compromesso non ebbero successo. La sua strategia fallì a causa dell’ opposizione totale dei repubblicani, intimoriti dal movimento Tea Party. La delusione nei confronti di Obama portò nel 2016 alla vittoria di Donald Trump, prima nelle primarie e poi nelle elezioni generali: gli americani volevano un cambiamento e continuavano a cercare volti nuovi per ottenerlo. Nel 2020 la vittoria di Joe Biden ha confermato questa realtà. Solo che i cambiamenti di fondo non arrivano perché la paralisi del sistema permane, come ha dimostrato il magro bilancio del primo anno di amministrazione democratica, in teoria favorita dal controllo del Congresso, in pratica paralizzata dall’ostruzionismo al Senato[15].

Nei mesi scorsi i repubblicani hanno cercato di minimizzare le azioni dei violenti che il 6 gennaio dell’anno scorso sfondarono le porte del Congresso e minacciarono di impiccare Mike Pence e Nancy Pelosi. Deputati e senatori del GOP sono ancora così affascinati (o terrorizzati) da Trump e dai suoi seguaci da evitare accuratamente di prendere le distanze dall’ex presidente, come si è visto nel voto sul secondo impeachment il 13 febbraio 2021, quando ben 43 senatori repubblicani su 50 votarono per assolverlo. Alla Camera, un buon esempio è la deputata del Colorado Lauren Boebert, che pretende di entrare in Congresso con la sua pistola al fianco, oppure quella della Georgia Marjorie Taylor Green, seguace di QAnon, fanatica delle armi, antisemita e antimusulmana[16]. Taylor Green ha approvato l’idea di “giustiziare” Nancy Pelosi, la leader democratica della Camera, mentre Paul Gosar ha pubblicato un video in cui sembrava auspicare l’omicidio di Alexandria Ocasio-Cortez, la più attiva deputata democratica.

Declino o guerra civile?

In realtà il problema degli Stati Uniti non è la Cina bensì la guerra civile strisciante in corso, che potrebbe diventare endemica. Non si tratta di un’esagerazione: circa metà (52%) degli elettori di Trump sono favorevoli a una secessione degli stati repubblicani dall’Unione. Questa percentuale sale al 66% negli undici stati del Sud, quelli che nel 1861 effettivamente fecero secessione, scatenando la guerra civile[17]. Paradossalmente, mentre nel 1861 la separazione era geograficamente possibile oggi sono le campagne e i piccoli centri che votano repubblicano e le città votano democratico, tanto al Nord quanto al Sud: un Texas a maggioranza trumpista si ritroverebbe con le sue metropoli (Dallas, Houston, Austin) come roccaforti democratiche. Lo stesso avverrebbe in Florida, dove Miami è un bastione dei democratici.

Quindi non ci sarà un’impossibile guerra con eserciti del Sud contro quelli del Nord o della campagna contro le città ma è possibile, anzi probabile, che la violenza politica aumenti: si moltiplicano i meeting in cui sostenitori di Trump chiedono quando si comincerà ad “ammazzare i democratici”[18]. Del resto nel 2020, dopo un tweet dell’ex presidente in cui si attaccava la governatrice del Michigan Gretchen Whitmer per i suoi provvedimenti anti-Covid, un gruppo di fanatici organizzò un tentativo di rapimento, fortunatamente sventato dall’Fbi. Last but not least, nella folla che diede l’assalto al Campidoglio, il 6 gennaio 2021, c’erano cartelli e slogan “Impiccate Mike Pence”, il vicepresidente di Trump, considerato un traditore per il suo rifiuto di collaborare al tentativo di cancellare la vittoria elettorale di Joe Biden.

Se adottiamo una prospettiva storica di lungo periodo scopriamo che i regimi politici non cadono per le sconfitte sul campo di battaglia ma per la corruzione, l’incapacità e le lotte di fazione nella capitale. Solo il tempo ci dirà se questa sarà anche la sorte degli Stati Uniti.

(MicroMega n.1/2022, pp. 140-152)

 


[1] Thomas Mann et Norman Ornstein, It’s Even Worse Than It Looks, New York, Basic Books, 2012.

[2] Judith Butler, "Reflections on Trump." Hot Spots, Cultural Anthropology website, 18 gennaio 2017. https://culanth.org/fieldsights/1032-reflections-on-trump.

[3] Fabrizio Tonello, “I colpi di stato nella società dello spettacolo”, disponibile qui: https://ilbolive.unipd.it/it/news/colpi-stato-societa-spettacolo

[4] Thomas Piketty, Le FMI, les inégalités et la recherche économique. Disponibile qui: http://piketty.blog.lemonde.fr/2016/09/20/le-fmi-les-inegalites-et-la-recherche-economique/.

[5] Federal Reserve, disponibile qui: https://fred.stlouisfed.org/series/WFRBST01134

[6] Federal Reserve, disponibile qui: https://fred.stlouisfed.org/series/WFRBSB50215.  

[7] E. E. Schattschneider, Party Government, New Brunswick and London, Transaction Publishers, 1942, p. 64.

[8] Judith Butler, "Reflections on Trump." Hot Spots, Cultural Anthropology website, 18 gennaio 2017. https://culanth.org/fieldsights/1032-reflections-on-trump

[9] A differenza di quanto avviene nei sistemi parlamentari europei, negli USA Congresso e presidente sono eletti separatamente e sono indipendenti l’uno dall’altro. Il presidente non ha bisogno di avere la maggioranza in Congresso e il Congresso non può sfiduciare il presidente (salvo nel caso, eccezionale, di una procedura di impeachment). Quindi è frequente il caso di coabitazione fra un Presidente repubblicano e un Congresso democratico, o viceversa.

[10] Il presidente americano non viene eletto direttamente dai cittadini ma da un collegio elettorale di delegati degli stati, scelti dai cittadini anch’essi con il sistema Winner-Take-All. La sovrarappresenzazione degli stati rurali e meno popolati è il motivo per cui un candidato può ottenere una maggioranza nel collegio elettorale pur avendo ottenuto meno voti dei cittadini su scala nazionale, come accadde a Trump nel 2016 e a George W. Bush nel 2000.

[11] The Federalist n. 51.

[12] Bonazzi, T. (2003), La Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, Marsilio, Venezia, pp. 71-73.

[13] Amar A. R. (2006), America’s Constitution. A Biography, Random House, New York. p. 12.

[14] The Federalist n. 78

[15] I democratici hanno una fragile maggioranza di 4 seggi alla Camera, mentre il Senato è diviso 50-50. In caso di parità delle votazioni, il vicepresidente può esprimere il voto decisivo ma in realtà il gruppo democratico non può contare che saltuariamente sul voto di due senatori centristi, Joe Manchin e Kirsten Sinema.

[16] Qanon è una setta secondo la quale il mondo è segretamente controllato da una cricca di ricchi pedofili che adorano Satana e che praticano sacrifici umani di bambini. Negli Stati Uniti, questa cricca sarebbe guidata da politici, imprenditori e personaggi dello spettacolo. Ad essa si oppone un movimento di eroi inviato da Dio che lavorano all'interno delle istituzioni per combattere il male.

[17] University of Virginia Center for Politics, “New Initiative Explores Deep, Persistent Divides Between Biden and Trump Voters”, 20 settembre 2021. Disponibile qui: https://centerforpolitics.org/crystalball/articles/new-initiative-explores-deep-persistent-divides-between-biden-and-trump-voters/.

[18] “Menace Enter the Republican Mainstream”, New York Times, 16 novembre 2021, disponibile qui: https://www.nytimes.com/2021/11/12/us/politics/republican-violent-rhetoric.html